Città di Codroipo

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PICCOLA STORIA DELL'EMIGRAZIONE CODROIPESE

Per molti aspetti la storia del Friuli nel secondo Ottocento e nel Novecento si intreccia con la storia dell'emigrazione.Molti storici e molti studiosi del processo di modernizzazione della regione hanno sottolineato il ruolo fondamentale, non solo economico ma anche culturale, giocato dalle migliaia e migliaia di uomini e donne che, abbandonando campagne e villaggi, cercavano lavoro sia nei paesi d'oltreoceano, sia nei più vicini paesi europei. Quasi sempre, seppure con tempi diversi, l'emigrazione friulana è stata un'emigrazione temporanea. Chi partiva, anche per l'Argentina, il Brasile o il Canada, pensava già al ritorno, anche se dopo qualche anno. Non si trattava tanto di cercare una nuova e definitiva integrazione in comunità straniere, quanto di contribuire economicamente al miglioramento delle condizioni di vita, per sè e per i familiari, spesso rimasti in Friuli. Non sempre questa speranza si realizzerà: molti saranno gli emigranti che da temporanei diventeranno permanenti. Tuttavia questa constatazione nulla toglie alle aspettative di chi partiva, che nella maggioranza dei casi prefigurava il ritorno. Nella complessa interazione tra tradizione e modernizzazione che ha caratterizzato il modello di sviluppo friulano, non va dimenticata l'occasione di acculturamento, la possibilità di assimilare nuove idee, nuovi saperi ed anche un moderno spirito imprenditoriale offerto da un'esperienza, che per molti altri aspetti si rivelò assai dura. Codroipo, come tutti i paesi della pianura friulana, non si sottrasse a questa condizione. Da G. B. Fabris apprendiamo che prima del 1870 da molti paesi del distretto - in particolare Zompicchia, Beano, S. Lorenzo, Pantianicco e Rivolto - era attiva "una piccola emigrazione di specialisti", soprattutto fornai, verso Roma: un fenomeno di breve durata, che cessò completamente con l'annessione di Roma al Regno d'Italia e con la conseguente fine del monopolio pontificio sulla panificazione. A partire dal 1880 invece ha inizio un flusso migratorio di una certa consistenza verso le Americhe. Chi parte, non sempre è spinto dalla assoluta povertà: "ciò che persuade le nostre popolazioni - scrive Fabris - ad attraversare il mare e ad affrontare l'ignoto più che il bisogno e la miseria stringente, fu l'idea di tentare la fortuna che asseconda gli audaci". Questa considerazione è corroborata anche dalla composizione sociale degli emigranti: "I contadini piccoli proprietari, gli artigiani, più che i miserabili, abbandonarono la patria per questi tentativi". Lo spirito di emulazione e le informazioni che arrivano dall'estero - non sempre oggettive, però, considerando che le difficoltà materiali e anche psicologiche ad adattarsi ai nuovi paesi e ad avviare un'attività redditizia erano causa di dolorose delusioni - danno maggiore consistenza al fenomeno migratorio. Le rimesse degli emigranti contribuiranno, poi, a rendere più consistente il primo, timido, processo di modernizzazione degli insediamenti rurali e delle campagne. Già a partire dagli anni Novanta del secolo scorso e fino allo scoppio del primo conflitto mondiale, "l'America - scrive sempre Fabris - non è più il paese sognato, e l'esodo si riduce a minime proporzioni". Nuove direttrici del flusso migratorio, verso la Germania, l'Austria-Ungheria, le regioni danubiane, si impongono: si accentuano i caratteri della temporaneità e della stagionalità, maggiore e più intenso rimane il legame con la terra d'origine, che indipendentemente dall'emigrazione e per processi di natura endogena, si avvia ad un più intenso processo di sviluppo. Un efficiente sistema di reclutamento della manodopera vede moltissimi lavoratori del codroipese e dei paesi limitrofi, talvolta organizzati in vere e proprie compagnie di compaesani, impegnati nell'edilizia e nella costruzione di canali, linee ferroviarie e fortificazioni militari. Anche in questo frangente, la dimensione quasi mondiale della rete del lavoro fa di queste zone un nodo importante di reclutamento, smistamento e collocamento di lavoratori emigranti. Negli ultimi decenni dell'Ottocento, mentre dal Distretto di Codroipo i flussi migratori verso le Americhe subiscono una decisa contrazione (213 espatri nel 1887, 53 nel 1894), aumenta considerevolmente l'emigrazione temporanea verso l'Europa centro-orientale: dalle 1125 unità censite nel 1887, alle 2097 unità del 1894. La storia dell'emigrazione, oltre ad essere un insieme di dati che rivelano la consistenza quantitativa del fenomeno, è anche la storia e l'intrecciarsi delle singole biografie, che contribuiscono a rendere la tonalità di un periodo storico: spesso à la storia di uomini che emigrano e di donne che restano; è la storia dei rapporti economici e delle loro relazioni affettive; spesso traccia un percorso che sicuramente è stato di sfruttamento e spaesamento, ma che talvolta ha stimolato atteggiamenti attivi e razionali, in alcuni casi "imprenditoriali", e ha contribuito ad innescare veri e propri processi di emancipazione. Proprio all'età giolittiana e a questa particolare fase dell'emigrazione friulana risale l'originale carteggio, recentemente pubblicato con il titolo Ti ho spedito lire cento, tra Luigi Piccoli, di Zompicchia (emigrante stagionale friulano dal 1890 al 1914 in varie località dell'Austria e della Baviera) e Giulia Fabris, sua moglie, nata a Rivolto. Luigi Piccoli rappresenta una figura di emigrante temporaneo molto originale: è un lavoratore specializzato nel settore edile che non abbandona l'originaria Zompicchia perché spinto dalla disperazione economica; piuttosto la scelta dell'emigrazione va interpretata come una modalità per inserirsi, e inconsapevolmente contribuire, nel generale processo di crescita delle terre friulane. Luigi Piccoli è un "attore razionale", capace di valutare con realismo le effettive ricadute in termini economici delle sue scelte, sempre attento, quando è lontano, alle trasformazioni che interessano la famiglia e l'economia ad essa connessa. Le decisioni di Luigi Piccoli in qualità di emigrante temporaneo, si riverberano anche nel destino della moglie, Giulia Fabris. Grazie alla distanza, il marito non è più solo il paron verso cui è naturale l'obbedienza e la sottomissione, si evolvono, seppure lentamente e per necessità, i rapporti all'interno del nucleo familiare e con essi gli stili di vita femminili. Giulia Fabris è costretta, durante le assenze del marito, ad assumere dei ruoli operativi e decisionali nella gestione della famiglia e delle attività agricole, che in comunità contadine, come è Zompicchia nei primi anni del Novecento, spettano tradizionalmente al capofamiglia. L'esperienza dell'emigrazione temporanea porta concretamente all'interno della famiglia friulana elementi di emancipazione femminile, che conducono, nel caso di Giulia Fabris, ad una prima e sostanziale forma di parità tra i due sessi. La geografia stessa del Friuli non rimane immobile. Accanto a questi mutamenti culturali e antropologici, non vanno dimenticati i cambiamenti, in parte stimolati dalla stesso fenomeno migratorio, in parte dovuti a processi endogeni di trasformazione economico e sociale del mondo contadino, che contemporaneamente investono l'assetto territoriale della pianura friulana.Mentre Luigi Piccoli lavora in diversi cantieri d'Europa, mentre, a Zompicchia, la moglie Giulia attende alle mille necessità della vita domestica e le figlie frequentano la scuola - nella speranza di un'autonomia economica, in qualità di sarte o "setaiole", che le affranchi dal lavoro agricolo o dall'emigrazione stessa - è il paesaggio rurale friulano a mutare. E' la stessa Giulia a rendersene consapevole e a informare il marito: le poste, la ferrovia, il municipio, la scuola, la latteria, le filande, il canale Ledra, le nuove case rurali sono i segni di un cambiamento, di un progresso, socio-economico destinato ad allargare i confini geografici entro cui si colloca un nuovo sistema di rapporti e di mobilità territoriale. Lo scoppio della Grande Guerra porrà fine all'esperienza di Luigi Piccoli e di molte altre migliaia di migranti friulani. Il duro colpo inferto dalla guerra alle attività produttive della zona, l'esperienza scioccante dell'esodo dei profughi, la mutata geografia politica dell'Europa danubiana, la contrazione del mercato tedesco del lavoro che aveva fatto del Friuli una regione di frontiera con fiorenti prospettive di sviluppo, cambieranno anche i tratti salienti dell'emigrazione friulana. La situazione di stagnazione economico-sociale non si modificherà con l'affermazione del fascismo e la seconda guerra mondiale.Malgrado i flussi migratori non si interrompano, la relazione emigrazione-sviluppo perderà momentaneamente d'importanza e il Friuli verserà a lungo in condizioni svantaggiate.Mutate in gran parte le destinazioni del flusso migratorio, alcuni dei caratteri dell'emigrazione temporanea tra Ottocento e primo Novecento si ripresenteranno, invece, nel secondo dopoguerra, in particolare a partire dagli anni 50, e continueranno fino al 1976, anno in cui in seguito al terremoto si consoliderà quel processo di decollo industriale e modernizzazione della società friulana, che seppure avvenuto tardivamente si caratterizza come un processo per molti versi riuscito.